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GARBAGE GIRLS (2014) rassegna stampa

link rassegna stampa:

Garbage girls – Rassegna stampa

LO SGUARDO DI ARLECCHINO

Capriole tra i rifiuti: le barbone danzanti di Francesca La Cava

ANNA SOLINAS – 26/05/2015

È un quadro d’ambiente lo spettacolo che il Gruppo e-Motion porta in scena al Teatro dei Rinnovati di Siena. Sul palco, una discarica in continuo mutamento, in un altrove che potrebbe collocarsi dietro l’angolo di casa nostra: dopotutto, noi italiani abbiamo guadagnato recente notorietà internazionale anche grazie all’inadeguata gestione dell’immondizia, e, nonostante oggi i comuni virtuosi si stiano progressivamente moltiplicando, il problema è tutt’altro che risolto. Qui, però, non si parla (solo) di rifiuti inanimati: la ricerca di Francesca La Cava nel suo Garbage Girls riguarda più le girls che il garbage, e si concentra sul concetto di rifiuto umano; su quelle presenze, cioè, scomode ai più, che vivono (di certo non necessariamente per propria scelta) ai margini della società e cui – pensiamo agli immigrati nordafricani – viene sportivamente attribuito ogni genere di colpa.

Nonostante il tema prescelto, il lavoro appare scevro da intenti di denuncia sociale e la compagnia abruzzese muove dal sopracitato contesto di disagio e di emarginazione per astrarsi, portando in scena un universo parallelo dove la condizione di outsider permette una vita più libera e più vera, fuori dalle regole e dalle convenzioni. Regine incontrastate di questo mondo dominato dal caos (reale: buona parte del palcoscenico è ricoperta da oggetti sparsi alla rinfusa), tre giovani donne, compagne di strada e di vita, a rivelare al pubblico lo squarcio di una quotidianità fatta di avventure, litigi, esperimenti, ricerche. Vestono strampalate, sciorinando eccentrici abbinamenti in cui si associano con naturalezza pigiami quadrettati a vivaci abiti floreali; barbone, ma anche bambine che giocano a travestirsi nella loro confusionaria cameretta, in cui ogni oggetto è un potenziale trastullo. Un grande tino nero è continua fonte di risorse: elettrodomestici, scarpe spaiate, teli di plastica che, nelle mani delle interpreti, assumono nuova vita. Tutto è concesso, dai concerti con un trapano elettrico alle acrobazie ai dialoghi con un kitschissimo barboncino giocattolo che cammina e abbaia trascinato al guinzaglio.

Le coreografie sono informate da interessanti ricerche linguistiche nell’espressione dei caratteri e dei diversi temperamenti, e le relazioni che si creano emergono come istintuali e primordiali. La partitura fisica, pur complessa e dinamica, non sfocia mai nell’ostentazione gratuita delle capacità atletiche delle brave interpreti, rimanendo vera espressione della natura dei personaggi, che saltano, rotolano, si mettono alla prova: come nell’assolo di Angela Valeria Russo, quando la performer, calzando un decolté a un unico piede, sfida la gravità cimentandosi in impressionanti equilibrismi.

Ai momenti di agitazione si alternano fasi di stasi e introspezione, in cui la solitudine si impone come inevitabile momento di passaggio. Ma è, infine, una risata collettiva a chiudere lo spettacolo, con le interpreti che riprendono il loro gioco di bambine correndo fuori scena, in una sostanziale celebrazione di quell’energia e di quella spontaneità che caratterizzano un’esistenza vissuta, sì, fuori dagli schemi, ma, forse proprio per questo, più vera e concreta.

Un’allegria che, rispetto al soggetto trattato, rischia di rappresentare un’autentica licenza poetica e allontanare ancor più la finzione dal suo corrispettivo reale, per relegarla nel campo dei passatempi; seppur tra quelli piacevoli e ben confezionati.

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DANCE&CULTURE

GARBAGE GIRLS – Monica Ratti 5 dicembre 2014

Così come accade in cucina con ingredienti di qualità e una buona ricetta, anche per uno spettacolo se tutti sanno fare bene quello che viene richiesto e tutti gli elementi si amalgamano alla perfezione il successo è assicurato. Per realizzare la sua nuova produzione Francesca La Cava ha scelto eccellenti professionisti e li ha guidati con sapienza ed efficacia. La sua compagnia Gruppo e-Motion ha debuttato al Teatro Vascello, in anteprima nazionale, lo scorso 11 novembre con Garbage Girls, uno spettacolo sulla vita di solitudine, di disagio, di emarginazione e di crudeltà che uomini e donne vivono, tra i rifiuti, ai margini di una società che li rende invisibili e tra l’indifferenza di coloro che rifiutano di vedere per non dover affrontare. Lo spettacolo, malgrado il tema sociale difficile, risulta squisitamente poetico, a tratti persino divertente, di un sorriso ironico che lascia l’amaro in bocca e ti fa sentire piccolo piccolo. Le tre straordinarie interpreti, Francesca La Cava (anche regista, coreografa e direttrice artistica della compagnia), Corinna Anastasio e Angela Valeria Russo, si muovono tra i rifiuti, gli anfratti di luoghi degradati alla ricerca di un’onirica felicità fatta di altre dimensioni, astratte, bizzarre, a tratti esprimendo la necessità di un contatto con chi condivide la stessa sofferenza. Siamo rimasti particolarmente impressionati dal lavoro delle “Over anta”, Francesca La Cava e Corinne Anastasio, a dimostrazione di come sui loro corpi sia scolpito un percorso di studi ed esperienze professionali, patrimonio riconoscibile anche ad un occhio non avvezzo alla danza, che evidenzia la loro straordinaria caratura di magnifiche interpreti e danzatrici. La scelta di musiche originali può essere, a volte, insidiosa. In più occasioni abbiamo visto buoni lavori rovinati dalla presunzione di autori/musicisti non all’altezza del progetto. In questo caso, invece, la musica affidata a Lorenzo e Federico Fiume è stata, come si suol dire, “musica per le nostre orecchie”: una base ritmica incalzante, quasi tecno, si miscela a melodie raffinate in un’alternanza gradevole che ben accompagna il sapiente e ben orchestrato sviluppo coreografico ideato da Francesca La Cava. La scenografia in una concezione di artefatta semplicità, lo spazio scenico privo di quinte e di sipario, si presenta al pubblico con un fondale dove trovano posto oggetti accatastati, abbandoni tipici di una discarica. I video di Luca AntonettiGiovanni Sfarra sono proiettati su questo insolito fondale e vanno così a rifinire l’impianto scenico ideato da Stefano Pirandello. I costumi sono il vero colpo di genio. Tutto ci si aspetterebbe tranne che vedere le tre artiste avvolte in abiti coloratissimi, molto glamour e di designe che, nonostante tutto riconducono al personaggio del barbone con un tocco sognante e irreale.

Un’ora e dieci di spettacolo volata tra bella danza, buona musica, scene e luci convincenti, interessanti e bravissime danzatrici. Che dire? Se l’occasione si presenta correte a vederlo, non butterete tempo e denaro.

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NUCLEO ART-ZINE

GARBAGE GIRLS BY VALERIA LOPRIENO ON 19/11/2014

La nuova produzione della coreografa Francesca La Cava debutta nella ricchissima stagione del Teatro Vascello. “Garbage Girls” è un emozionante e poetico viaggio tra i rifiuti. In scena tre donne diverse per età, presenza scenica e ruolo che fanno della loro diversità un punto di forza.  In comune hanno una tecnica straordinaria, intensità muscolare e uno sguardo magnetico e forte. Il loro percorso di vita, e di scena, si svolge in un ambiente ostile carico di disagio, un luogo di marginalità. Uno sguardo di denuncia verso quei luoghi dimenticati, ignorati, che vengono affollati dagli ultimi della società, coloro che non ce l’hanno fatta. Tre donne, tre barbone, tre vite i cui sogni sono stati spezzati dalla crudeltà del mondo, si raccontano alternando momenti tragici, sguardi persi e doloranti a cattiverie e reazioni violente fino ad arrivare a momenti sognanti, ironici, in cui lo stupore e la felicità prendono il sopravvento. Il tutto viene raccontato attraverso dialoghi gestuali precisi, assoli dinamici e sperimentali.  A supporto dell’impianto coreografico le evocative musiche create da Federico e Lorenzo Fiume che hanno ampliato, insieme alle luci magistrali di Stefano Pirandello, l’atmosfera magica del racconto per immagini creato dalla coreografa abruzzese.

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IL GUFETTO

GARBAGE GIRLS@Teatro Vascello: la realtà invisibile all’occhio

Published: 14 Novembre 2014 Scritto da Alessia Fortuna

Il pubblico del Teatro Vascello di Roma dall’11 al 13 novembre, si è trovato di fronte ad un palcoscenico semivuoto, con pochi oggetti in scena, una vecchia coperta e qualche cartone sparso qua e là, immerso nella coreografia di “GARBAGE GIRLS” di Francesca La Cava. Sul fondale non c’era il solito telo nero ma una scenografia di Stefano Pirandello, fatta di mobili accatastati l’uno sull’altro, vecchi utensili e collage di sedie malridotte, che subito cattura l’occhio dello spettatore, così come la totale mancanza delle quinte. Sembra proprio di essere nei sobborghi più desolati della periferia e delle stazioni, dove vivono i senzatetto. Nel buio entrano le tre protagoniste: Francesca La Cava, Corinna Anastasio e Angela Valeria Russo, con uno sguardo assente prendono posizione e si sistemano: chi sopra un vecchio cartone, chi rintanata sotto una coperta ricucita mille volte, e chi seduta di fronte ad un cagnolino giocattolo. È proprio quest’ultimo a rompere il silenzio dello spettatore, che con i suoi movimenti e guaiti inizia a muoversi accanto alla coreografa. La scena si illumina e i tre corpi prendono vita, tra rantoli di voce e sillabe canticchiate da La vie en Rose; i vestiti colorati e floreali indossati dalle tre artiste stridono con il contesto caotico. Sul fondale, proiettato sulla scenografia un video di Giovanni Sfarra che, ritrae passanti camminare e attraversare il luogo dove le tre artiste abitano, sono invisibili alla società e nella loro danza teatrale ed espressiva che parte lenta e timida all’inizio per poi divenire tumultuosa, istintiva a tratti persino irriverente ed infantile, giocano un ruolo fondamentale le musiche di Federico e Lorenzo Fiume, che alternano note dolci e melodiche a ritmi tecno. Il movimento spazia quindi dalla frenesia di salti e corse improvvise al perfetto equilibrio generato da forze contrapposte, fino al completo abbandono e fiducia nell’altro. Una delle tre danzatrici, Angela Valeria Russo, la più giovane in scena, inizia a rovistare tra i rifiuti, vuole quasi sentirsi grande e inizia ad indossare scarpe con il tacco, sulle quasi inizia un gioco di equilibrio e forza che lascia lo spettatore incollato alle sue movenze, così fluide e allo stesso tempo instabili. Tutto ciò che sembra ormai inutilizzabile è rovesciato a terra, sembra quasi essere in uno di quei momenti del quotidiano, in cui vediamo rovistare tra i cassonetti vicino casa, e quella scena è proprio lì davanti ai nostri occhi di nuovo, e questa volta su un palcoscenico: scarpe di diventano accessori, bracciali e cappelli e pentole che fungono da percussioni. Si è immersi, per tutta la durata dello spettacolo, nel mondo del quotidiano, quel mondo reale ma ai nostri occhi invisibile.

Per saperne di più… Va in scena al teatro Vascello fino al 13 ottobre 2014, “Garbage Girls” per la regia e coreografia di Francesca La Cava che si accompagna, sulla scena con Corinna Anastasio e Angela Valeria Russo. Si tratta di una produzione Gruppo e-Motion, in coproduzione con Società Aquilana dei Concerti “B. Barattel. Uno spettacolo che si preannuncia intenso e di forte impatto sociale, un viaggio tra i rifiuti che racconta chi è costretto a vivere nella desolazione, diventando così testimoni della crudeltà della vita. In questa rappresentazione, la strada diviene “teatro di vita” ed il contesto si fa rarefatto, le scenografie riproducono il vero attraverso il falso, il reale attraverso il sogno. Le donne di questo spettacolo, alla ricerca della propria identità si muovo in un contesto grottesco e trascendentale in cui il grottesco e il trascendentale si mescolano, mentre cresce fra loro il disagio, la marginalità e la devianza.

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FOUR MAGAZINE

#GARBAGEGIRLS AL TEATRO VASCELLO Federico Mattioni 14 novembre 2014

Quello che si vede sulla scena sembrerebbe essere un campo di cianfrusaglie mal riposte ai margini della strada. Sede di sedie, imballaggi, strumenti di lavoro, valigie piene di attrezzi di scena, poltroncine, sgabelli, macchinari, e di poco distante un grande secchio contenente oggetti tra i più disparati. Tre donne si muovono prima contratte, poi sciolte, veloci, libere, al ritmo sincopato e temporeggiato delle note che le circondano, invadendole come i passi di una strada che è di là da venire, compresente protagonista della matura e ipnotica scena. Una delle donne si aggira inerme tra i rifiuti con un cagnolino, un’altra mugugna tossendo avvolta da una grande coperta imbottita a fiori, mentre la più giovane, l’apripista, tenta poi di ripararsi sotto un sudicio cartone. Dirompente si fa il ritmo, convulsa la scena, abbracciata a piene mani dalle danzatrici, interpreti di un viaggio trascendentemente teatro di vita e di relazioni, dai tratti grotteschi, carezzevolmente crudo. Corinna Anastasio, Angela Valeria Russo e Francesca La Cava (anche coreografa e regista dello spettacolo) sono le vitali espressioni dell’immanenza catartica, espressa con estrema eleganza e bravura. In alcuni passi filtrano brividi in accordo con una sorta di stordimento longitudinale. Le loro mosse stillano punti fermi in disposizioni inferme. Le musiche di Lorenzo e Federico Fiume offrono loro un tappeto sonoro proteiforme, vitamina lucida del tutto a favore del movimento sconnesso ed energico, deviante e barbaro; e quando sconfinano nell’inquietudine esistenziale ricordano il brano The Overload, chiusura della pietra miliare Remain in Light dei Talking Heads. È da lì, da quegli spasimi posturali suggeriti dalle scelte musicali che la scena – disarmonica e armonica interdipendenza dei corpi – li lascia espandere nella loro fuorviante totalità. Cuore della vita che rinasce dalle folgori è la geometria a due, vera e propria anima dello spettacolo, fra i due corpi più adulti e consapevoli; così come, ed è lì che il sublime si affaccia indiscutibilmente, nella danza con la nuova scarpa dell’altra interprete, fresca temeraria a caccia del regale tra le rovine. La luce invade l’ombra e l’alba di un nuovo giorno pulisce la tenebra dei suoi oscuri recessi. La natura sembra respirare e così le sue creature. Esse palpitano e, infine, tirano un sospiro di sollievo. Il mondo sembra avere le loro ali.

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TEATRO PERSINSALA

GARBAGE GIRLS L’energia dell’essere rifiuto di Erika Cofone del 2014-11-16

Al Teatro Vascello, Garbage girls, donne spazzatura che vivono in un contesto di discarica sociale, che si riflette sulla stessa condizione esistenziale. Il titolo esplicita perfettamente in senso dello spettacolo stesso. Uno spettacolo al femminile. Tre figure sole a reggere un palcoscenico, una scenografia urbana, nuda e piena, le sembianze di un deposito caotico, scarico di oggetti accatastati. L’ammasso di sedie come sinonimo dell’accumulo nel magazzino della mente e dell’arrovellamento di pensieri, situazioni, contesti sociali che portano all’annullamento dell’individuo. Passi e camminate proiettati sul fondale. Questa, insomma, la cornice del disagio che si va a realizzare. Quella che viene rappresentata è la sequenza di una crisi sociale e personale, di tematiche come emarginazione, vulnerabilità, esclusione e marginalità che prendono vita in maniera tanto sfacciata e tagliente poiché totalmente reali. In balìa di un linguaggio comunicativo forte si alternano visi e occhi espressivi, persi ognuno nello sconforto, sguardi segnati, smorfie facciali, spiazzante mimica e audaci movimenti, scatti, distorsioni di una follia che pare quasi improvvisata, spontanea. Lo sperimentalismo di questa danza contemporanea si risolve in gesti provocatori, mirati ad abbattere l’indifferenza di un quotidiano concreto, che è carovana di solitudini, personali e intimi drammi, epifanie non risolte, ma anche bisogni, pulsioni, aneliti e desideri, voglie di riscatto. E si riscattano così le tre donne, in gesti di illogica allegria, in movenze e risate piene, vive. Spettacolo dalla dissacrante naturalità. Per citare Mariangela Gualtieri: «Vado dentro un delirio…sono morendo morendo. Mi spezzo. Sono tutta fango. Poi rinasco fiore». Spettacolo sull’individuo, su donne che sono tre facce di un’unica disperazione. Ognuna con il proprio vissuto, il proprio criptico percorso. Una donna rimane più in disparte delle altre che giocano alla loro folle esaltazione. Lei assorta, presenza assente, quasi dimenticata, eppure è lì, a ricordare il peso depresso di tutto quel divagare, di quella distorsione sensoriale e fisica. Nei movimenti isterici tanta eleganza, e da lì traspare tutto il tracciato di ciò che è femminile, una ricerca di identità in passi che sconvolgono perché se ne avverte appartenenza. La loro lotta è sentita come la nostra lotta. Le contorsioni psichiche rappresentate ci mantengono umani e ci sbattono in faccia il costante menefreghismo e pre-giudizio verso ciò che appare diverso, altro, fuori dalle righe, fuori dagli schemi, verso il concetto di a-normale. La danza si fa quindi strumento di denuncia, ribellione piuttosto che mortificante silenzio, e le donne la espongono in maniera più concentrata in tre assoli. Lì il punto di rottura di ognuna col mondo, lo scardinamento dei cliché, il messaggio urlato: anche il delirio è una forma di comunicazione. Al movimento si alterna la stasi, brevi momenti in pausa, massima concentrazione su quella che poi diviene complicità di corpi e si risolve nel contatto totale. Un contatto che si risolve,a sua volta, nella rivoluzione della condizione, nel passaggio a un finale di respiro che ognuna vive in un proprio riquadro di luce, comunque in una sinergia fra corpi. Tutto è condivisione. Unione nella condizione dello scarto, del suo ingombro e fardello, così come nell’evoluzione a forme di grazia, di leggerezza e distensione. È un finale di soddisfazione, inaugurazione di un respiro di traboccante libertà, di sospiri di appagamento, bellezza condensata nell’accettazione della follia. Un epilogo di donne, quelle sul palco, in platea, tutte, che sono lava incandescente, calda brace che infiamma e come flutto d’acqua che non s’arresta, ma inonda.

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TRIBUNA ITALIA

Garbage Girls: danza al Vascello la “discarica umana” Scritto da: Francesca Pantaleo, novembre 13, 2014

Grande successo di pubblico per il debutto romano di “Garbage Girls”, presentato in anteprima nazionale l’11 novembre sul palco del Teatro Vascello. Lo spettacolo, diretto e coreografato da Francesca La Cava, ha portato in scena tre donne Corinna Anastasio, Francesca La Cava e Angela Valeria Russo, uniche protagoniste all’interno di un viaggio poetico tra i rifiuti. A colpire subito è la scenografia, ideata da Stefano Pirandello, affiancata dai video di Giovanni Sfarra: lo spazio scenico è infatti scarno, privo sia di quinte che di sipario, inizialmente immerso quasi per intero nel buio. L’occhio dello spettatore è però catturato immediatamente dagli elementi accatastati l’un l’altro sullo sfondo, composto da un vero e proprio collage di sedie, scatoloni, vecchi mobili e utensili di ogni sorta. All’interno di questo “caos ordinato”, nel quale ogni oggetto sembra avere un suo ruolo ben preciso, prendono possesso della scena le tre performer che avanzano lentamente, trascinandosi come derelitti umani all’interno di un’enorme discarica. Lo sguardo sui volti delle protagoniste è assente, perso in uno spazio altro, lontano dal corpo ma vicinissimo ai luoghi desolati frutto della mente umana. Stridono decisamente, rispetto al contorno, i costumi colorati e floreali indossati dalle tre artiste impegnate, in scena, a dar vita ad una danza espressiva e teatrale che quasi timidamente parte lenta per poi divenire tumultuosa, istintiva a tratti persino irriverente ed infantile. Giocano in questo senso un ruolo fondamentale le musiche di Federico e Lorenzo Fiume, dell’associazione culturale Resiliens, che alternano note dolci e melodiche a ritmi decisamente più coinvolgenti, tipici delle sonorità tecno. Il disegno coreografico, ideato per il Gruppo E-Moticon da Francesca La Cava, non risulta mai ripetitivo o prevedibile: immersi in una dimensione dimenticata da Dio, priva di qualsiasi senso logico, i corpi si muovono pervasi dalla musica in un mix di passi fluidi e affatto statici. Onnipresente per l’intera durata dello spettacolo è la presenza del floor work, la tecnica di movimento basata sul contatto costante e continuo con il suolo. Il movimento spazia quindi dalla frenesia “scoordinata” al perfetto equilibrio generato da forze contrapposte, per esplodere poi in corse improvvise e salti gioiosi spiccati all’unisono. La relazione che si instaura tra i tre corpi in scena varia di volta in volta: ora indifferenza, ora sfida, ora completo abbandono e fiducia nell’altro si alternano, scoprendo un’espressività estetica e al tempo stesso funzionale che ammalia e rapisce il pubblico. Fondamentale infine è il contributo degli oggetti utilizzati in scena che diventano parte integrante della performance. Tutto ciò che sembra ormai inutile e identificato come immondizia rovesciata a terra trova invece la sua funzione, che ben si discosta da quella che la consuetudine di norma le attribuisce: calzature indossate come fossero cappelli o addirittura collane e bracciali, elettrodomestici in disuso e cianfrusaglie varie che diventano invece strumenti a percussione. Nel complesso ciò che Francesca La Cava porta in scena è quindi un mondo onirico e astratto che rivela però, con estrema crudeltà, lo stato d’abbandono nel quale vivono i cosiddetti invisibili, quelli che vivono ai margini di una società ipocrita, incapace di guardare al di là del proprio naso per paura di ammettere che dietro ogni “rifiuto” esiste in realtà un essere umano.

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PAPER STREET

GARAGE GIRLS Teatro Vascello, Roma 11 novembre 2014 di Nicole Jallin

Sembra di essere catapultati in una puntata di quelle serie TV sull’accumulo compulsivo, dove strani personaggi stipano le loro case di “roba” comunemente e volgarmente catalogata come insignificante, inutile e ingombrante. La scena, infatti, sgombra di quinte e sipario, accoglie sullo sfondo un collage di sedie, casse, scatole, mobili, e ferraglia – è compreso anche un toro appeso direttamente al soffitto -, che crea nelle nostre menti, ancora intente a trovare il posto nella fila giusta, un inatteso impatto visivo, violento e caotico. In questo terreno ampio e semibuio, osservato da un punto di vista basso, quasi rasoterra – più o meno quanto i piedi dei passanti proiettati sulla parete-potpourri -, tre performer (Corinna Anastasio, Francesca La Cava, Angela Valeria Russo) occupano il palcoscenico, trascinando un passo dopo l’altro come automi dagli sguardi fissi nel nulla. Uniche forme vitali di un luogo volutamente dimenticato, questi tre esseri dagli abiti colorati si risvegliano lentamente tra passi di yoga misti a tecniche di arti marziali, versi e parole di una lingua non meglio specificata, gesti delicati ma non troppo rispettosi del galateo, e soavi movimenti. Inizia così una danza che trasforma il corpo in pura e “maleducata” materia d’istinto e reazione infantile, sensibile e smaliziata, che penetra spazi e sguardi mossa da forze esterne, musicali principalmente (dall’ipnotico ritmo tecno alla grazia delle note classiche). Una danza che svela un’indecifrabilità coinvolgente e seducente nei passi interrotti, nei salti euforici, nelle corse improvvise, e negli occhi, ora ammaliati ora ammiccanti, rivolti a noi in platea: a quell’insolita vetrina di immobili esseri viventi, allucinati da una dimensione priva di regole, di senso, di logicità. Qui, gli oggetti, relegati a essere monnezza, e gettati in terra come giocattoli rovesciati da un baule, perdono la loro iniziale funzione – le scarpe diventano cappelli o gioielli; gli elettrodomestici strumenti musicali -, si liberano dall’imposizione del ruolo, trovando in queste mani, complici e affettuose, una nuova espressività linguistica, estetica e funzionale. Il Gruppo E-Motion, diretto e coreografato da La Cava, disegna un ritratto ruvido e poetico nel quale gli individui, animati o meno, sono abitanti di un mondo che tanto onirico e astratto, quanto reale e spietatamente concreto da riflettere quello che quotidianamente tocca il volto di un’umanità miope e ipocrita (oggi più che mai). Una (in)civiltà dedita a condannare all’invisibilità, alla marginalità e al disagio ciò che è diverso, e a confinarlo lontano dalla propria vista a-morale – perché ciò che non si vede, non esiste -: magari negli angoli più nascosti della strada, quelli poco conosciuti e poco frequentati. E poco importa se là l’identità di ognuno svanisce silenziosamente nel più semplice e comune termine “scarto”: in fondo, sono solo esseri (dis)umani.

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AGENZIA RADICALE

La danza delle “Garbage Girls” , al Teatro Vascello di Roma

Pubblicato Mercoledì, 12 Novembre 2014 di Regina Picozzi

La “mancanza” come condizione esistenziale, come percorso fatale, ineluttabile e crudele. Una coreografia attenta e viscerale, realizzata da Francesca La Cava che ne è anche interprete d’eccellenza, esplora la vita di chi non ha, di chi cerca tra gli scarti della gente comune qualcosa da indossare, sperando di non trovarvi se stesso, semplicemente. In scena tre donne, prede della desolazione e della follia. Cercano una via d’uscita nei propri stessi gesti, talvolta trasformati in immobilità dal tempo sempre uguale che non sa né può cambiare le cose. Allora la disperazione si fa spazio improvvisa nella fantasia desolata: ci si veste di rifiuti, ma si può giocare, saltare, addirittura ridere. Di fronte al troppo niente. Nella povertà ci si nasconde, ci si vive: lontano dagli sguardi di chi, in effetti, sceglie di non vedere. Una metafora, per nulla criptica, che vuole essere denuncia e, forse, stimolo al cambiamento. Quando i confini si assottigliano, il tacco di una scarpa può diventare l’unico legame con la realtà. Ma è uno solo, certo: può lasciare in bilico, comunque, anche nell’illusione. Si danza allora tra le macerie della vita.. e se un piede è nudo meglio non averne nessuna, di scarpa. Cosa resta? L’unione. Le braccia che avvolgono l’amica sommersa. Che la stringono, che la sostengono, che la cullano. Che la rianimano. Si può persino ballare insieme, così. Si può persino scherzare. Si vorrebbe fuggire, correre via. Ma intanto…si può respirare.

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TEATRO E SPETTACOLO

Il rifiuto tra i rifiuti: GARBAGE GIRLSdi Cristina Squartecchia07 / 08 / 2014

Una vecchia coperta e un pezzo di cartone su cui sedersi, poche cose, due cenci per coprirsi e nient’altro per un clochard, che della strada ne ha fatto la sua casa e della spazzatura la sua boutique personale. Questa è la prima immagine che s’impone al pubblico di fronte a Garbage Girls del gruppo E-motion per la regia e le coreografie di Francesca La Cava. Un lirico affresco che la coreografa aquilana ha esplorato sotto la voce di rifiuto. Rifiuto non solo materiale, come spazzatura, scoria, ma soprattutto umano, a partire dall’emarginazione sociale, da quel crudo e amaro “no” che scaraventa l’uomo verso l’isolamento, l’alienazione e la miseria sociale. Garbage Girls, in cartellone nella rete di Corpografie, è il risultato di un’intensa settimana di residenza negli spazi dell’EX Matta e dove ha debuttato lo scorso 18 luglio. Presentato ancora in forma di studio, il lavoro è risultato compiuto e riuscito per la ricchezza di materiale e la solida struttura scenica delle danze, grazie anche alla precisa caratterizzazione delle due danzatrici. Due donne sole, senza identità, né provenienza, dimenticate chissà da quali uomini o padri, o distaccatesi per scelta dalla società, come le tante che popolano le vie e le stazioni delle nostre città, giacciono inermi tra la spazzatura di fronte al tempo che scorre inesorabile, lento e vuoto, pesante come un macigno per chi non ha obiettivi e collocazione sociale. L’una il volto della giovinezza (Angela Valeria Russo) l’altra della maturità (Corinna Anastasio), insieme distillano e snocciolano il senso dell’abbandono, della solitudine e della paranoica rassegnazione al rifiuto come negazione alla vita sociale. Accovacciate sotto le coperte, distanti, ma vicine per condivisione e altruismo, le due donne occupano un nudo spazio scenico, mentre il pubblico ancora intento a sistemarsi non si accorge della loro presenza. Un crescendo di rantoli, versi gutturali mescolati a tosse rompono questo silenzio iniziale. L’attenzione è tutta rivolta verso una vecchia coperta, tutta rattoppata, sotto la quale si agita una piccola figura, una donnina dalla salute cagionevole che al mattino si sveglia tra tosse e affanni mentre intona con voce rauca “La vie en Rose”. Dall’altra parte la giovane danzatrice lentamente si desta da un mite torpore espandendo il corpo attraverso fluidi passaggi che ne dilatano e prolungano le estremità. Corinne Anastasio concentra in ripetizione i suoni vocali, dettando un ritmo attraverso il quale mostra una femminilità segnata da tratti nervosi e rabbiosi e da altri più dolci e mansueti, mentre si rotola nello spazio avvolta nella coperta, in segno di protezione. Un corredo di gesti quotidiani, come il grattarsi, guardarsi le mani, pulirsi con le dita, reiterati in un rimbalzo tra le due danzatrici, dapprima con flemmatica apatia e poi in progressione a scatti nervosi, costituiscono l’incipit di una danza potente e incisiva che percuote e cattura come le sonorità che la accompagna. All’improvviso il tutto si placa con la stessa atmosfera di una tempesta che dona poi la quiete e la speranza di un arcobaleno. Da quì la coreografa e regista ci conduce per mano nelle vuote giornate che accompagnano un qualsiasi clochard. Si attende e si spera che sorga il sole e nel frattempo si rovista tra la spazzatura in cerca di abiti, scarpe qualunque oggetto ancora utile che possa tenerle impegnate. Come bambine alla scoperta del mondo le due danzatrici esplorano ciò che trovano per strada pur di fantasticare e consumare il tempo, mentre la memoria e la fiducia verso il futuro occupano i loro pensieri. Per la donna matura la sua mente è un volgere all’indietro, verso il suo passato, nel ricordare quel desiderio mancato o realizzato di essere madre, nell’accudire, nel coccolare, nel giocare insieme a quei figli probabilmente mai nati e vissuti solo nella sua fantasia. In questa interpretazione Corinna Anastasio sfoggia un’intensa e superba partitura corporea e mimica, farcita da una densità emotiva dal sapore amaro e delicato allo stesso tempo. I pensieri della ragazza sono invece rivolti verso il futuro, nell’illusione di una vita normale, di un’elevazione morale e civile, nel’incontro di un amore che la salvi e le doni un mondo migliore. La danzatrice Angela Valeria Russo lo fa servendosi di vecchie scarpe con tacco, trovate per strada, giocando ad elevarsi su di esse. Sfodera così un corpo poderoso e fragile allo stesso tempo, lanciandosi nello spazio in volo o in caduta a più riprese, piena di grinta e speranza così come verso la vita. Tra il tedio e gli sprazzi di follia, un’altra giornata è trascorsa, in attesa del sole che per entrambe un dì sorgerà anche per loro.